Parasite – 기생충

Io voglio per me le tue carezze
Sì, io t’amo più della mia vita
Ritornerò in ginocchio da te
L’altra non è, non è niente per me

La locandina italiana di Parasite

Vi chiederete: cosa c’entra Gianni Morandi con il nuovo film di Bong Joon Ho, Palma d’Oro al Festival del Cinema di Cannes del 2019? Guardatevi Parasite. Non solo per scoprire cosa abbiano in comune un film Sudcoreano e Gianni Morandi. Guardatevi Parasite perché è un film che vale la pena vedere.
E soprattutto guardatevelo in lingua originale.

Sinossi

Kim Ki Woo, interpretato dal giovane Choi Woo Shik, è il figlio di una famiglia poverissima i cui membri stentano a trovare un lavoro. Nel loro piccolo appartamento semisotterraneo si barcamenano in lavoretti minori, come piegare cartoni della pizza per una pizzeria d’asporto, per tentare di sbarcare il lunario. Un’occasione inaspettata si presenta loro quando l’amico benestante di Ki Woo, Min Hyuk – interpretato da Park Soo Joon che nel film effettua un breve cameo – offre a Ki Woo di sostituirlo, durante il suo periodo di studi all’estero, nel ruolo di tutor per la figlia maggiore della ricca famiglia Park.
Kim Ki Woo, aiutato dall’abile sorella maggiore Kim Ki Jeong (Park So Dam), falsifica una serie di documenti per migliorare il suo curriculum e farsi assumere.
Dopo aver ottenuto il posto di tutor però, l’inventiva di Ki Woo lo spinge ben oltre e con una serie di colpi geniali e ben architettati riesce a soppiantare ogni membro del personale di casa Park, facendo ottenere un lavoro ottimamente retribuito a tutti i membri della sua famiglia.
Ogni piano però ha le sue falle e la casa dei Park nasconde i suoi segreti anche ai suoi proprietari: in una escalation di eventi dalla comicità amarissima Kim Ki Woo scoprirà quanto è stato caro il prezzo di quella occasione piovuta dal cielo.

Il regista ed il cast

Il regista Bong Joon Ho colpisce ancora, con quello che credo sia per ora il suo film migliore a parimerito di Memories of Murder. Autore di svariati film, vale la pena nominare – ed ovviamente vedere:

  • Barking Dogs Never Bite – 플란다스의 개 (2000), altra black comedy che narra lo sventurato spaccato di vita di alcuni inquilini di un gigantesco condominio alle prese con la miseria della vita quotidiana;
  • Memories of Murder – 살인의 추억 (2003), un meraviglioso thriller drammatico, basato sulla vera storia di uno dei più famosi serial killer sud coreani noto come il serial killer di Hwaseong, in grado di tenere incollato allo schermo come pochi altri film del genere.
  • The Host – 괴물 (2006), un thriller horror in cui il gestore di uno snack bar si ritrova inaspettatamente a cercare di salvare la figlioletta da uno strano mostro anfibio che vive nel fiume Han. Questo, nel caso, potete anche trovarlo su Netflix.
  • Snowpiercer – 설국열차 (2013), film d’azione fantascientifico e distopico, tratto dal fumetto francese Le Traspierceneige, conta nel cast anche l’amato Captain America, ovvero Chris Evans, Ed Harris, e Tilda Swinton. Anche questo dovrebbe essere su Netflix.

La preferenza del regista Bong per l’attore Song Kang Ho è abbastanza evidente: già scelto per interpretare il Detective Park Doo Man in Memories of Murder, lo aveva successivamente riconfermato nel ruolo di Park Gang Du, protagonista di The Host, per poi includerlo anche nel progetto di Snowpiercer. Insomma, una collaborazione, quella tra i due, che fino ad ora non ha assolutamente deluso.
Song Kang Ho, che vediamo in Parasite nel ruolo del padre di Kim Ki Woo, è un attore dalla carriera invidiabile: vinse i primi premi come miglior attore con il film No.3 del 1997, da allora ha continuato a vincerne una quantità esagerata – senza contare le nomination, sono 51 i premi che ha vinto dal 1997 al 2019, una media di 2,3 all’anno. E che dire, è davvero uno degli attori sud coreani migliori che io abbia visto e temo di dover recuperare molti dei film in cui compare.
Anche Choi Woo Shik non è un volto nuovo. Debuttò nel 2011 nel drama The Duo, nel 2012 fa parte del cast di Rooftop Prince, nel 2016 compare accanto al magico Goblin Gong Yoo in Train to Busan. In Parasite lo vediamo nei panni del protagonista.
Poi la smetto perché tutto il cast ha dei curriculum chilometrici di tutto rispetto.

La casa

La casa dei Park vista dal giardino

La casa di Parasite ha una storia buffa.
Nel film viene presentata come l’ex abitazione di un architetto che l’aveva progettata per sé e la famiglia e solo successivamente era stata venduta alla famiglia Park. Meravigliosamente minimalista, con il grigio del cemento che si fonde ai toni caldi del legno in linee pulite, semplici ed eleganti. Ogni stanza del piano terra è collegata all’altra con ampi passaggi del tutto privi di porte. Il salone si affaccia su un curatissimo e verdissimo giardino grazie alla gigantesca vetrata che sostituisce un’intera parete, andando a creare uno speciale effetto di quadro vivente. Ancora più connotanti sono però i quattro livelli su cui si articola la casa, piena di scalinate e dislivelli.
La storia buffa, che vi fa anche capire quanto tutto il team scelto dal regista Bong sia eccezionale, è che in realtà la casa non esiste.
Il direttore alla scenografia Lee Ha Jun ha infatti dovuto costruire completamente la scenografia, andando ad adattare in maniera magistrale il background dell’abitazione in cui si svolge la maggior parte del film con le necessità della fotografia e con la metafora di vita che la casa stessa rappresenta non solo per i suoi abitanti, ma anche per la famiglia Kim che ne prende un indiretto possesso.
Geniale è anche il gioco di contrasto tra le abitazioni della famiglia Kim – il sottoscala angusto e scarsamente illuminato – e dei Park – con i suoi giochi di luce e gli ampi spazi puliti, che racconta la storia intrinseca delle due famiglie coinvolte.

Kim Ki Woo (Choi Woo Shik) e la sorella maggiore Kim Ki Jeong (Park So Dam) in una scena del film.

Touch Your Heart – 진심이 닿다

Sottotitolo: my unpopular opinion.

Locandina di “Touch your heart – 진심이 닿다” con i due attori Lee Dong Wook e Yoo In Na

Da quando ho visto Goblin mi sono innamorata della “coppia” formata da Lee Dong Wook e Yoo In Na, quindi non vedevo l’ora di rivederli assieme sullo schermo in un drama tutto loro. Forse il problema è stato proprio questo: l’aspettativa.

Ma partiamo con la trama: Oh Yoon Seo è un’attrice estremamente popolare – e non per le sue doti recitative, è talmente bella e carina che questo però passa in secondo piano. La sua carriera però cola a picco a seguito di uno scandalo di droga nel quale viene incastrata. Nonostante venga dichiarata innocente la sua carriera è totalmente rovinata e anni dopo lo scandalo non riesce a trovare impiego. Un giorno il suo manager passa da casa sua portandosi dietro il copione di un nuovo drama, una storia romantica tra avvocati che si svolge prevalentemente in Medio Oriente. Oh Yoon Seo riesce a metterci le mani sopra e si impunta per riuscire a recitare la parte della protagonista. La sceneggiatrice accetta che sia lei a ricoprire quel ruolo, a patto che vada a lavorare in un vero studio legale per tre mesi per migliorare le sue capacità attoriali. Ed è lì che avviene l’incontro con l’avvocato Kwon Jung Rok, un uomo completamente concentrato sul lavoro e anche un po’ freddo, al quale viene affidata Oh Yoon Seo in qualità di segretaria. Le esperienze traumatiche del loro passato, però, torneranno a bussare alla loro porta rendendo il loro rapporto leggermente complicato.

Lee Dong Wook e Yoo In Na alla conferenza stampa di Touch your heart.

E beh che dire, la trama è carina, sì. Dopo la prima puntata che mi aveva fatto ridere parecchio avevo grandi speranze. Nnon vedevo l’ora di vedere Oppa Lee Dong Wook di nuovo sugli schermi con quel suo sorriso triste e gli occhioni grandi. Yoo In Na è stupenda nel ruolo dell’attrice un po’ ingenua e svampita.
Su di loro niente da dire però…però diciamoci la verità: non succede niente.
E’ tutto molto dolce e carino ma non ci sono dei grandi colpi di scena. Tutto si svolge in maniera lineare, prevedibile, anche il “cattivo” è una presenza talmente impalpabile da risultare totalmente inutile, un riempitivo per allungare il brodo e basta. Sono quasi più interessanti le storie dei personaggi secondari che circondano i due protagonisti, e anche quelle sono un po’ piatte.

Ci sono rimasta sinceramente male. Aspettavo questo drama da parecchio tempo e l’unica cosa che mi ha lasciato è stato un vago senso di noia. Iinsomma, è stato utile solo per aspettare che finissero di uscire le puntate di “I picked up a celebrity on the street – 나는 길에서 연예인을 주웠다” per poterlo vedere senza interruzioni.

Chissà cosa ne pensa la mia Eonnie! Magari mi farà una contro-recensione entusiasta.

Million Yen Women – 100 manen no onna-tachi

Ultimamente su Netflix stanno uscendo miriadi di Drama asiatici e quando l’indecisione su quale KDrama guardare diventa insostenibile – perché c’è troppa roba che voglio guardare – mi rivolgo a Netfilx in cerca di altro.
Questa volta sono incappata in questa strana ma interessante serie, targata Giappone 2017.

La copertina di Netflix con il personaggio di Nanaka Seki (Araki Yuko)

Trama: Michima Shin – interpretato da Noda Yojiro– è un romanziere trentenne, frustrato e segnato dal perenne insuccesso dei suoi titoli, nonostante il premio vinto dal suo romanzo d’esordio. E’ poco più che una delle tante ombre che appaiono periodicamente nel panorama editoriale. Scrive i suoi romanzi nella solitudine della sua casa enorme seguendo una semplice regola autoimposta: nei suoi libri non muore nessuno.
Un giorno, inaspettatamente, la sua solitudine si popola. Qualcuno ha mandato degli “Inviti” e cinque donne hanno risposto. E’ così che inizia l’assurda convivenza di Michi con le “Donne da un milione di Yen.”
Le regole sono semplici: le donne devono pagare tutti i mesi un milione di yen – poco più di 8.000 euro, circa – per vivere con l’autore, Michi non può fare nessun tipo di domanda personale alle donne, si deve prendere cura di loro e devono consumare i loro pasti tutti assieme.
Ogni donna ha un motivo che l’ha spinta lì e nulla è lasciato al caso.

Purtroppo non è semplice recuperare immagini di questa meravigliosa serie da 12 brevi episodi, credo sia rimasta molto di nicchia ed è davvero un peccato. Tratto dal manga omonimo firmato dal mangaka Shunju Aono, pubblicato sulla rivista di Seinen manga Big Comic Spirit, Million Yen Woman è capace di farti sentire il peso dei traumi che affliggono le sei figure attorno alle quali si dipana la trama.
Come ho già detto nella mia precedente recensione non sono una fan della cinematografia nipponica in generale, ma la trama è sufficientemente interessante da avermi fatto ignorare certe scelte. Il regista Fuji Michihito è stato molto bravo a dirigere un qualcosa di così “lento” mantenendo sempre una certa dose di suspense che non ti fa staccare dallo schermo.

Lo consiglio sicuramente a chiunque piaccia il genere del thriller psicologico e vi assicuro che ci sono alcuni piccoli colpi di scena che lasciano estremamente soddisfatti.

Hirunaka no Ryuusei – Daytime shooting star


ひるなかの流星 – Hirunaka no Ryuusei; la locandina del live action del 2016 tratto dall’omonimo manga di Mika Yamamori.

Suzume Yosano ha quindici anni. Non è la classica liceale di Tokyo con la divisa a posto e i capelli perfetti, anzi. Suzume vive in campagna, corre scalza e tiene i capelli raccolti in due trecce demodé.

All’improvviso i suoi genitori decidono però di andare a lavorare all’estero, e certo mica possono lasciare da sola una quindicenne a casa. Per questo Suzune arriva a Tokyo, tutta trasandata, per trasferirsi a vivere assieme a suo zio. Ma Tokyo è grande e tutta uguale. Dopo ore di ricerche la liceale si arrende, si apposta in un parco, abbattuta ed è lì che viene raccattata come un gatto randagio da uno strano e affascinante venticinquenne con un berretto buffo e gli occhiali, Suzuki Shishio, che la accompagna a casa.

Shishio è un amico dello zio di Yosano e tra loro si crea uno strano rapporto, che diventa ancora più strano dal momento in cui Suzume scopre che Shishio è il suo sensei, il suo prof di inglese, che non si risparmia di chiamarla con nomignoli e vezzeggiativi anche quando sono dentro l’edificio scolastico. I due passano lunghi momenti sul tetto della scuola, mentre lei tenta di sfuggire agli sguardi insistenti dei liceali della capitale, che la trovano rozza e fuori moda. E qui Shishio le consiglia di fregarsene e di tentare comunque di farsi degli amici.

Suzume non si arrende e decide di seguire il consiglio del Sensei. Chiede formalmente l’amicizia al suo compagno di banco, Daiki Mamura, un adolescente in crisi che finge di fare il duro per nascondere come le sue orecchie vadano in fiamme tutte le volte che scambia due chiacchiere con un essere umano di sesso femminile.

Di qui la vita di Yosano, Shishio e Mamura prende delle strane svolte sentimentali, fatte di primi amori e stelle cadenti in pieno giorno.

Shishio-sensei e Mamoru-kun nel manga originale della Yamamori

Per quello che riguarda la recensione del Live Action: che dire. In via generale non sono mai stata una grande fan del cinema nipponico. Troppo spesso le riprese mi ricordano quelle di basso livello da soap-opera messicana, ma devo ammettere che Daytime Shooting Star mi ha lasciata piacevolmente stupita. L’ho adorato abbastanza da riguardarlo per ben tre volte, e anche la fotografia – seppur non eccelsa – era decisamente superiore a quella de Il segreto. Sarà che anche il manga me lo sono riletto un paio di volte, lasciando fiumi di lacrime e fazzolettini sparsi in camera, ma ritrovare nel live action le inquadrature che ricalcano le tavole esatte di Yamamori Sensei me lo ha fatto godere ancora di più.

Ho amato molto l’interpretazione fedele di Suzume fatta dall’attrice Nagano Mei, presente anche nei Live Action Rurouni Kenshin (2012) e Peach Girl (2017) – che devo assolutamente vedere. La Nagano riesce ad essere perfetta nel ruolo della “strana”, anche perché Suzume con tutti i suoi monologhi di riflessione ad alta voce non è un personaggio affatto semplice.

Shishio-sensei e Suzume Yosano da una scena del film.

Ammetto che invece mi ha lasciata abbastanza tiepida la presenza di Shohei Miura nel ruolo di Shishio. A dirla tutta non sembrava nemmeno il personaggio del manga, non per una questione fisica – fermo restando che il volto di Shishio lo avevo immaginato un po’ diverso – ma proprio per il personaggio in sé, che ha un carattere molto più insipido di quanto non lo abbia nel manga.

Mamoru e Suzume da una scena del film.

Shirahama Alan, membro del gruppo maschile J-Pop Exile e leader del gruppo Generations from Exile Tribe, è riuscito a interpretare il caro Mamoru, uno dei miei personaggi maschili di shojo-manga preferiti, esattamente per come me lo ero immaginato e per come la Yamamori gli ha dato vita nelle pagine del suo manga.

Risultato finale, nonostante l’interpretazione di Shishio mi abbia fatto un po’ storcere il naso, lo consiglio assolutamente, ovviamente accompagnato dalla lettura del manga da cui è tratto che è davvero un MUST per tutte le amanti degli Shojo scolastici.